Riporto la lettera pubblicata oggi 7 febbraio sul giornale l’Adige a firma di Michele Andreaus, professore di economia all’Università di Trento, sulla bozza del nuovo statuto dell’ateneo Trentino.
Un anno fa l’associazione Nuovevie aveva organizzato un convegno dal titolo “l’Università di Trento da libera a statale, e ritorno”. Cliccando QUI è possibile leggere i documenti riguardanti quel convegno e il nuovo statuto dell’Università presenti sul sito di Nuovevie. QUI si trova il video del convegno.
Caro Direttore, il Tuo editoriale di domenica fornisce interessanti spunti di riflessione riguardo al confronto in corso all’interno dell’Università di Trento e tra questa e la Provincia. Le considerazioni che emergono rischiano però, se non ulteriormente approfondite, di apparire riduttive e parziali, creando una contrapposizione sulla condivisione di un progetto che nessuno ha mai messo in dubbio e su una percezione dell’essere università che non solo non è, a mio modesto giudizio, veritiera, ma è all’opposto del vero. Certo questo è il rischio che fatalmente si corre quando ci si affida alla pur doverosa e necessaria semplificazione giornalistica, cercando di evidenziare contemporaneamente le ragioni di entrambi i soggetti in gioco. Innanzitutto buona parte dell’attuale situazione di tensione deriva da una totale assenza di confronto all’interno dell’Università e tra Università e Comunità Trentina.
Se ben ricordi, lo scorso anno partecipasti al convegno organizzato dell’associazione Nuovevie, dove Tu conducesti brillantemente la tavola rotonda, attorno alla quale sedevano l’accademia, le istituzioni e l’industria. Penso che questo sia stato l’unico momento di confronto in tutta la vicenda ed è avvenuto in territorio «neutro»: oratorio del Duomo e su iniziativa di un’associazione che nulla c’entra con Università e Provincia.
La tensione interna all’Università non è volta alla difesa di un privilegio (magari un giorno sarebbe interessante capire, anche per i lettori, quali sono questi privilegi, forse l’unico vero privilegio – e non è certo poco – è fare un lavoro che piace) e contro la meritocrazia.
In realtà si vuole esattamente l’opposto: si vuole evitare che in un futuro, più o meno prossimo, una «guida» meno illuminata della Provincia possa condizionare la ricerca e la formazione, complice uno statuto debole. In altre parole si tratta di dare al sistema una soluzione strutturale avendo come prospettiva non il breve, ma il medio-lungo periodo. Personalmente, e molti la pensano come me, non ho mai messo in dubbio la bontà di un sistema duale forte: un cda «laico» che si confronta con l’accademia, approvandone le strategie e valutandone la sostenibilità economica e finanziaria, ma senza dire o «ordinare» all’accademia «come» fare, salvo poi valutarne i risultati. Qui chiediamo innanzitutto di alzare l’astina dei requisiti che devono avere i membri del cda e di mantenere legata la nostra Università ai sistemi internazionali riconosciuti di valutazione. Soprattutto quest’ultimo punto era emerso nel convegno di Nuovevie dello scorso anno e, infatti, trova un preciso riferimento nella Legge Delega. L’altro giorno la stampa locale riportava un’intervista al presidente della Camera di Commercio, dove chiedeva un corso di laurea in «Tecnologia degli scavi». Ecco questo è un esempio di quello che non vorremmo accadesse: si tratta, infatti, di una richiesta estemporanea, probabilmente priva di un’analisi effettiva riguardo agli sbocchi occupazionali a medio lungo termine, che probabilmente non tiene nella dovuta considerazione nemmeno le competenze effettivamente presenti all’interno dell’Università. Certamente la comunità trentina non solo ha il diritto, ma anche il dovere di chiedere all’accademia, ma questo deve essere filtrato da un Consiglio di Amministrazione sì laico, ma sufficientemente forte per fare una sintesi e non farsi tirare per la giacca dal Dalpez di turno.
Qui non si tratta di esprimere un giudizio sull’attuale presidente della Provincia, sarebbe del tutto improprio e fuori luogo, ma di considerare la proposta di governo dell’Università nel suo insieme. Pertanto non ritengo per nulla uno sgarbo se non mi accontento delle rassicurazioni verbali di chi pro-tempore guida la Provincia. Non ho alcun motivo per dubitare delle sue migliori intenzioni, ma occorre lavorare perché queste buone intenzioni trovino una risposta che non riguardi solo l’oggi, ma sia invece strutturale e d’impianto, in modo che tutti i soggetti di governo debbano rispettarne la logica sostanziale, che deve avere come orizzonte un alto profilo qualitativo.
Il Rettore di un’università statale, seppur delegata alla Provincia, non può che essere eletto dal corpo accademico. L’immagine di un Rettore ingabbiato da cordate di potere interno semplicemente non ha intrinsecamente ragione di esistere. Non mi risulta, infatti, che i Rettori con i quali ho collaborato (in particolare Egidi e Bassi) non siano riusciti a realizzare i progetti da loro fortemente voluti: Scienze Cognitive, Informatica, Biotecnologie sono ormai realtà consolidate e brillanti dell’Ateneo trentino. Non ricordo barricate contro questi progetti. Anzi. Sarebbe un errore di valutazione e di prospettiva confondere un ipotetico «ingabbiamento» dell’azione del Rettore con quel consenso che è, comunque, necessario per portare avanti in modo condiviso progetti importanti, in grado di ulteriormente consolidare la configurazione dell’Ateneo.
Vi è poi chi sostiene che potremmo anche votare un Rettore non idoneo o non funzionale al progetto: vero, ma lo stesso potremmo dire per l’elezione di un sindaco, di un presidente di provincia o per la «nomina» di un parlamentare. Questo rischio è valutato e gestito in Università attraverso il forte legame con la valutazione universitaria, che esiste, sia a livello nazionale che internazionale. Come accennato, nelle prime bozze della legge delega questo legame non era contemplato: oggi c’è proprio perché lo chiese il rettore Bassi, cui va dato merito, anche nel citato convegno di Nuovevie.
La meritocrazia esiste, siamo un’organizzazione in profonda evoluzione, dove quotidianamente molti di noi si mettono in discussione. Sicuramente vi sono resistenze al cambiamento, ma di questi «resistenti» ben pochi hanno, finora, motivato la loro posizione mettendo, come si suol dire, fuori la faccia. Certo, dobbiamo, possiamo e vogliamo migliorare, ma va anche detto e rilevato che siamo stati i primi in Italia a partire con un reclutamento basato su parametri internazionali. Giovani ricercatori dell’Ateneo trentino vincono concorsi presso altre università ma preferiscono però rimanere a Trento, oppure vanno a fare ricerca all’estero e rientrano con proposte di lavoro (e con compensi ben più alti rispetto a quanto percepiscono nella nostra Università), ma anche loro scelgono di fermarsi qui: ci sarà pure un motivo o no?
Quello che noi assolutamente non vogliamo è di diventare un’università domestica e addomesticata, quindi per evitare questo rischio chiediamo di migliorare i contenuti e le regole del nuovo statuto. I professori non hanno alcun interesse a ricercare dei compromessi al ribasso. Anzi, più riusciamo a qualificare la proposta e l’assetto di governo dell’Università, meno rischi corriamo di vedere, un domani, la Provincia mettere effettivamente le mani sull’Università.
Questo rischio non riguarda certo i fondi di ricerca: da sempre chi finanzia la ricerca universitaria, e quindi anche la Provincia con l’accordo di programma, definisce delle linee prioritarie. Unione Europea e Provincia hanno dato, ad esempio, in passato priorità all’area informatica a scapito delle scienze sociali: qualcuno ha mai protestato? Non mi risulta. Il problema riguarda il condizionamento che, nell’attuale bozza di statuto, potrebbe in teoria riguardare tutta la vita dell’Università, dall’elezione del Rettore alle chiamate dei docenti. Ora è necessario, con tutta la determinazione e disponibilità possibili, riprendere a lavorare su un progetto alto e di respiro su cui, peraltro, tutti a parole sembrano d’accordo. Si elabori quindi uno statuto che contempli e rafforzi queste esigenze, indipendentemente dalle persone che pro tempore governano le Istituzioni. Riteniamo che una nuova carta che abbia questo respiro ci possa consentire di raccogliere al meglio le nuove sfide: nella ricerca, nella formazione e nei rapporti con il territorio!
Michele Andreaus
Professore ordinario di Economia Aziendale