“Barbari sognanti” così qualche mese fa Roberto Maroni definiva lui e “i suoi”, durante un comizio in occasione degli scrazi interni alla Lega.

Maroni è l’esponente della Lega che si presenta meglio, evita rutti, “vaffanculeggi” vari in pubblico e non va a far pascolare i maiali in giro per l’Italia. Rappresenta quella “buona – Lega” che assomiglia a un partito serio (qualcuno la definisce Lega2.0 ma visto che Maroni è un leghista della prima ora, già ministro nel ’94, non mi sembra il termine giusto).

respingimenti_manifesto lega nord 2009

E’ notizia di ieri che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per i respingimenti di profughi africani verso la Libia del 2009 compiuti dal governo Berlusconi e dall’allora Ministro degli Interni Roberto Maroni.

Il governo italiano è colpevole di aver  violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e gli articoli 4 e 13 del Protocollo n.4 addizionale alla convenzionel. Dal sito della Corte si può scaricare la decisione della corte.

Violare la convenzione dei diritti dell’uomo non è proprio come violare il regolamento condominiale, ma l’ex ministro Maroni non sembra voler pentirsi delle sue decisioni, visto che in merito alla sentenza ha dichiarato: “È una sentenza politica di una co

rte politicizzata”, dice Maroni. “Rifarei esattamente quello che ho fatto: impedire ai barconi di clandestini di partire dalla Libia, salvare molte vite umane e garantire maggiore sicurezza ai cittadini“.

Bah se questo è l’esponente della “buona – Lega” meglio che la Lega se ne stia il più lontano possibile da ogni incarico di governo!

 

Prendo spunto da un articolo di oggi per fare un paio di modeste riflessioni sui giornali.

Questa mattina, come ogni giorno da tre anni a questa parte, mi son collegato al sito de l’Adige (il quotidiano più letto della Provincia) per leggermi il giornale online. Le notizie principali sono dedicate all’ennesimo braccio di ferro tra Provincia e Governo e alla difficile situazione dell’occupazione.

Proseguendo nella lettura arrivo alle pagine dedicate alle Vallagarina e vedo che l’articolo principale di pagina 34 si occupa delle elezioni delle nuove Consulte del comune di Ala. Sapevo già della creazione delle consulte e del fatto che oggi cominciano le assemblee per eleggere i rappresentanti in ogni frazione/rione ma ho subito pensato che fosse importante che l’Adige riportasse la notizia.

Dopo la lettura dell’articolo però rimango alquanto perplesso. Mi chiedo se sia stato scritto per informare o solamente per far polemica. Mi spiego meglio, non credo che l’articolo non debba contenere delle perplessità sul nuovo ente (ci sono ed è giusto riportare le critiche) ma dall’articolo io non riesco a capire alcune informazioni che reputo fondamentali sull’argomento (chi può candidarsi per far parte delle consulte? fino a che età si può far parte della consulta dei giovani? serve essere residenti in una frazione per poter essere eletti? cosa possono proporre? l’impegno è gratuito?). Qualche giorno fa sul giornale “Trentino” era apparso un altro articolo sulle consulte di Ala decisamente più ricco di informazioni e più povero di commmenti.

Per spiegare meglio i miei dubbi riporto qui sotto l’articolo di cui parlo e l’articolo sulle consulte di Ala pubblicato l’8 febbraio sul giornale “Trentino”. Giusto per avere un confronto.

Confrontando i due articoli si notano subito alcune differenze.

L’articolo del Trentino si limita a riportare le informazioni che riguardano le consulte spiegandone il funzionamento (anche con esempi pratici), la composizione e la gratuità dell’impegno per chi decide di farne parte. L’articolo de l’Adige, sicuramente più brillante e divertente, ha il merito di riportare le critiche e i dubbi avanzati dai gruppi di opposizione ma l’autore decide di sacrificare altre informazioni a scapito delle note di folclore.

Mi chiedo se sia rilevante per il lettore leggere che la prima assemblea pubblica avviene in concomitanza con la serata del martedì grasso, al posto di leggere come saranno composte le future consulte.

Continuando nella lettura si capisce che le consulte sono lodate dai gruppi di maggioranza e criticate da una parte dell’opposizione. Beh fin qui nulla di strano penso, visto che erano previste nel programma dell’attuale maggioranza e negli altri no. I cittadini han votato la coalizione che le proponeva quindi credo sia un dovere per quella coalizione istituirle.

Per evitare dubbi io sono a favore delle consulte comunali e a chi ricorda che in questo momento di difficoltà economica istituire un nuovo strumento di partecipazione sia un aumento dei costi (senza ricordare che le consulte non hanno un proprio budget di cui disporre) vorrei far presente che nel dibattito sull’abolire le  circoscrizioni di Rovereto si è proposto di sostituirle con “Consulte di quartiere, che sulla base del volontariato, quindi a costo zero, intrattengano dialogo diretto con la Giunta comunale“. Strumenti anolghi a quelli proposti ad Ala, tra l’altro, sono adottati in altri comuni (alcuni anche più piccoli e con un territorio meno esteso di quello alense). Ad esempio Cles, Villa Lagarina, Pergine o Pinzolo.

Tralasciando la parentesi sulla mia opinione sulle consulte in questo post mi vorrei concentrare come le due posizioni sono state riportate e come viene chiuso l’articolo de l’Adige.  L’autore riporta le due posizioni e poi chiude con la frase “Nei prossimi giorni si capirà da che parte stanno gli alensi”. Ora mi chiedo lo scopo dell’articolo è quello di informare o quello di far notizia magari innescando una piccola polemica: “quelli per le consulte” Vs “quelli contro le consulte”.
Mi chiedo se ha senso discutere sulle consulte non sul merito della loro istituzione e sulle loro funzioni ma sul fatto che alle riunioni potrebbe partecipare poca gente perché chi non è d’accordo invita a non partecipare? Mi sembra di capire che i giornali tendono molto di più a far polemica (sperando di aumentare le vendite) piuttosto che a informare. Non è la prima volta che l’Adige prova la strada della polemica per vendere qualche copia in più. Mi ricordo la prima pagina di qualche mese fa riportava il titolo “Ala, bambini sfrattati dalla mensa per il centro benessere” (il titolo non è alla lettera ma il senso è quello) per poi qualche giorno dopo raccontare la risoluzione del problema solo a pagina 30.

Io non voglio prendermela con chi scrive e nemmeno con il giornale ma con questo modo di fare informazione, che tende sempre a vendere qualche copia in più (per poter dire di essere il giornale più letto) e sempre di meno all’informare. Per questo mi chiedo se non si debba smettere di usare il termine giornalista per sostituirlo con giornalaio, visto che chi scrive questi articoli, che come tutti i giornalai (non me ne vogliano), svolge il suo mestiere allo scopo di vendere più copie possibili.

LESSICO FAMIGLIARE di Gianfranco Pasquino

Roma - È sbagliato da parte di tutti, politici e commentatori, sottovalutare due recenti affermazioni del ministro Michel Martone e del presidente del Consiglio Mario Monti come se fossero gaffes. Appaiono piuttosto elementi di un lessico famigliare a professori e professionisti di classe elevata. Non soltanto il linguaggio utilizzato rivela qualcosa di importante relativamente alla concezione di società che entrambi hanno, probabilmente condivisa anche da altri nella compagine governativa, ma suggerisce l’esistenza di qualche non marginale inadeguatezza politica e operativa. La mia impressione è che sia l’aggettivo “sfigato”, affibbiato a coloro che non sono ancora laureati a 28 anni, sia la valutazione che è monotono avere lo stesso posto e fare lo stesso lavoro per tutta la vita segnalano che tanto Martone quanto Monti conoscono poco e male le situazioni sulle quali esprimono giudizi severi. Ciò detto, non condivido minimamente le reazioni sdegnate dei politici e dei sindacalisti. Senza interpellarli sul loro titolo di studio, qualche volta tanto elevato quanto inutile, rilevo che la loro difesa del posto fisso è quantomeno sospetta, pro domo loro, visto che molti sono politici di lunghissimo corso e sindacalisti da tutta la vita. Nessuno di loro ha maturato esperienze effettive di lavoro. Nessuno di loro saprebbe fare altro. Nessuno di loro intende rinunciare al posto fisso. Quindi, ne tessono l’elogio facendo finta di non avere capito qual è il problema (e meno che mai la soluzione)

Tuttavia, fa malissimo Monti, uomo dalle molteplici, sicuramente tutt’altro che ripetitive e noiose occupazioni, a incitare all’abbandono di una speranza senza avere costruito una soluzione. Infatti, anche se disponibili a cambiare, i giovani e meno giovani sanno che perdere il posto, oggi e, presumibilmente, domani, non significa affatto trovarne un altro in tempi decenti. Non è alle porte, mi pare, nessuna “società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosí come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico” (Marx-Engels, L’ideologia tedesca, 1846).

Non sono né esclusivamente né prima di tutto i lavoratori a dovere cambiare le loro aspettative. Sono gli operatori economici, gli imprenditori e i governanti che dovrebbero costruire quei percorsi che consentono ai lavoratori, giovani e di mezz’età, di essere flessibili e non “monotoni” correndo i rischi che le loro ambizioni possono giustificare. Quanto agli “sfigati” individuati e criticati da Martone, ne vedo di due tipi: quelli più propriamente “sfaccendati”, che non sanno che cosa fare e fanno poco o nulla, laureandosi tardi anche perché hanno studiato poco e male, e quelli “sfortunati”. Le interpretazioni di che cosa è la sfortuna possono essere diverse. Le raggruppo quasi tutte sotto l’etichetta di “diseguaglianza di opportunità”. E sottolineo immediatamente che è compito della Repubblica, secondo l’ art. 3 della Costituzione italiana, “rimuovere gli ostacoli” ovvero creare le condizioni di eguaglianza di opportunità non soltanto in partenza, ma ad ogni svolta della vita, oltre che, naturalmente, premiare i meriti. Senza condonare nulla agli sfigati che non si impegnano, appare, invece, giusto intervenire offrendo condizioni di studio decenti per gli sfigati sfortunati, soprattutto quando sono le carenze di risorse che li obbligano a lavorare per mantenersi all’università. È persino stucchevole ricordare tutto questo, per di più ai professori.

Le loro lezioni dalle cattedre governative e il loro intento pedagogico per costruire una società futura mobile e competitiva sarebbero molto più credibili e molto più efficaci se tenessero in grande conto come è strutturata la società italiana e sapessero indicare quali sono i passi concreti da compiere per entrare nel mercato del lavoro prima di pensare ad agevolarne le fuoruscite (leggete pure i licenziamenti). Al tempo stesso, sarebbero anche encomiabili i sindacalisti che non si limitassero a difendere i posti di lavoro esistenti, quelli dei “garantiti”, ma sapessero mettere all’opera tutte le modalità necessarie alla riqualificazione dei lavoratori. Quanto ai politici, purtroppo, sono molto eloquenti le loro reazioni sia alla razionalizzazione della rete istituzionale, ad esempio, l’abolizione delle province, sia la finora mancata riforma della vigente legge elettorale che, grazie alle liste bloccate, continuerà a proteggere le loro poltrone parlamentari e a garantirne la perpetuazione. Il lavoro parlamentare a vita sarà anche, caro presidente del Consiglio, “monotono”. Certamente, quei molti parlamentari di esageratamente lungo corso sono tutt’altro che “sfigati”.   

Gianfranco Pasquino – ilVelino/AGV - 06 Febbraio 2012 13:11

Riporto la lettera pubblicata oggi 7 febbraio sul giornale l’Adige a firma di Michele Andreaus, professore di economia all’Università di Trento, sulla bozza del nuovo statuto dell’ateneo Trentino.
Un anno fa l’associazione Nuovevie aveva organizzato un convegno dal titolo “l’Università di Trento da libera a statale, e ritorno”. Cliccando QUI è possibile leggere i documenti riguardanti quel convegno e il nuovo statuto dell’Università presenti sul sito di Nuovevie. QUI si trova il video del convegno.

Caro Direttore, il Tuo editoriale di domenica fornisce interessanti spunti di riflessione riguardo al confronto in corso all’interno dell’Università di Trento e tra questa e la Provincia. Le considerazioni che emergono rischiano però, se non ulteriormente approfondite, di apparire riduttive e parziali, creando una contrapposizione sulla condivisione di un progetto che nessuno ha mai messo in dubbio e su una percezione dell’essere università che non solo non è, a mio modesto giudizio, veritiera, ma è all’opposto del vero. Certo questo è il rischio che fatalmente si corre quando ci si affida alla pur doverosa e necessaria semplificazione giornalistica, cercando di evidenziare contemporaneamente le ragioni di entrambi i soggetti in gioco. Innanzitutto buona parte dell’attuale situazione di tensione deriva da una totale assenza di confronto all’interno dell’Università e tra Università e Comunità Trentina.
Se ben ricordi, lo scorso anno partecipasti al convegno organizzato dell’associazione Nuovevie, dove Tu conducesti brillantemente la tavola rotonda, attorno alla quale sedevano l’accademia, le istituzioni e l’industria. Penso che questo sia stato l’unico momento di confronto in tutta la vicenda ed è avvenuto in territorio «neutro»: oratorio del Duomo e su iniziativa di un’associazione che nulla c’entra con Università e Provincia.

La tensione interna all’Università non è volta alla difesa di un privilegio (magari un giorno sarebbe interessante capire, anche per i lettori, quali sono questi privilegi, forse l’unico vero privilegio – e non è certo poco – è fare un lavoro che piace) e contro la meritocrazia.
In realtà si vuole esattamente l’opposto: si vuole evitare che in un futuro, più o meno prossimo, una «guida» meno illuminata della Provincia possa condizionare la ricerca e la formazione, complice uno statuto debole. In altre parole si tratta di dare al sistema una soluzione strutturale avendo come prospettiva non il breve, ma il medio-lungo periodo. Personalmente, e molti la pensano come me, non ho mai messo in dubbio la bontà di un sistema duale forte: un cda «laico» che si confronta con l’accademia, approvandone le strategie e valutandone la sostenibilità economica e finanziaria, ma senza dire o «ordinare» all’accademia «come» fare, salvo poi valutarne i risultati. Qui chiediamo innanzitutto di alzare l’astina dei requisiti che devono avere i membri del cda e di mantenere legata la nostra Università ai sistemi internazionali riconosciuti di valutazione. Soprattutto quest’ultimo punto era emerso nel convegno di Nuovevie dello scorso anno e, infatti, trova un preciso riferimento nella Legge Delega. L’altro giorno la stampa locale riportava un’intervista al presidente della Camera di Commercio, dove chiedeva un corso di laurea in «Tecnologia degli scavi». Ecco questo è un esempio di quello che non vorremmo accadesse: si tratta, infatti, di una richiesta estemporanea, probabilmente priva di un’analisi effettiva riguardo agli sbocchi occupazionali a medio lungo termine, che probabilmente non tiene nella dovuta considerazione nemmeno le competenze effettivamente presenti all’interno dell’Università. Certamente la comunità trentina non solo ha il diritto, ma anche il dovere di chiedere all’accademia, ma questo deve essere filtrato da un Consiglio di Amministrazione sì laico, ma sufficientemente forte per fare una sintesi e non farsi tirare per la giacca dal Dalpez di turno.

Qui non si tratta di esprimere un giudizio sull’attuale presidente della Provincia, sarebbe del tutto improprio e fuori luogo, ma di considerare la proposta di governo dell’Università nel suo insieme. Pertanto non ritengo per nulla uno sgarbo se non mi accontento delle rassicurazioni verbali di chi pro-tempore guida la Provincia. Non ho alcun motivo per dubitare delle sue migliori intenzioni, ma occorre lavorare perché queste buone intenzioni trovino una risposta che non riguardi solo l’oggi, ma sia invece strutturale e d’impianto, in modo che tutti i soggetti di governo debbano rispettarne la logica sostanziale, che deve avere come orizzonte un alto profilo qualitativo.
Il Rettore di un’università statale, seppur delegata alla Provincia, non può che essere eletto dal corpo accademico. L’immagine di un Rettore ingabbiato da cordate di potere interno semplicemente non ha intrinsecamente ragione di esistere. Non mi risulta, infatti, che i Rettori con i quali ho collaborato (in particolare Egidi e Bassi) non siano riusciti a realizzare i progetti da loro fortemente voluti: Scienze Cognitive, Informatica, Biotecnologie sono ormai realtà consolidate e brillanti dell’Ateneo trentino. Non ricordo barricate contro questi progetti. Anzi. Sarebbe un errore di valutazione e di prospettiva confondere un ipotetico «ingabbiamento» dell’azione del Rettore con quel consenso che è, comunque, necessario per portare avanti in modo condiviso progetti importanti, in grado di ulteriormente consolidare la configurazione dell’Ateneo.

Vi è poi chi sostiene che potremmo anche votare un Rettore non idoneo o non funzionale al progetto: vero, ma lo stesso potremmo dire per l’elezione di un sindaco, di un presidente di provincia o per la «nomina» di un parlamentare. Questo rischio è valutato e gestito in Università attraverso il forte legame con la valutazione universitaria, che esiste, sia a livello nazionale che internazionale. Come accennato, nelle prime bozze della legge delega questo legame non era contemplato: oggi c’è proprio perché lo chiese il rettore Bassi, cui va dato merito, anche nel citato convegno di Nuovevie.

La meritocrazia esiste, siamo un’organizzazione in profonda evoluzione, dove quotidianamente molti di noi si mettono in discussione. Sicuramente vi sono resistenze al cambiamento, ma di questi «resistenti» ben pochi hanno, finora, motivato la loro posizione mettendo, come si suol dire, fuori la faccia. Certo, dobbiamo, possiamo e vogliamo migliorare, ma va anche detto e rilevato che siamo stati i primi in Italia a partire con un reclutamento basato su parametri internazionali. Giovani ricercatori dell’Ateneo trentino vincono concorsi presso altre università ma preferiscono però rimanere a Trento, oppure vanno a fare ricerca all’estero e rientrano con proposte di lavoro (e con compensi ben più alti rispetto a quanto percepiscono nella nostra Università), ma anche loro scelgono di fermarsi qui: ci sarà pure un motivo o no?
Quello che noi assolutamente non vogliamo è di diventare un’università domestica e addomesticata, quindi per evitare questo rischio chiediamo di migliorare i contenuti e le regole del nuovo statuto. I professori non hanno alcun interesse a ricercare dei compromessi al ribasso. Anzi, più riusciamo a qualificare la proposta e l’assetto di governo dell’Università, meno rischi corriamo di vedere, un domani, la Provincia mettere effettivamente le mani sull’Università.

Questo rischio non riguarda certo i fondi di ricerca: da sempre chi finanzia la ricerca universitaria, e quindi anche la Provincia con l’accordo di programma, definisce delle linee prioritarie. Unione Europea e Provincia hanno dato, ad esempio, in passato priorità all’area informatica a scapito delle scienze sociali: qualcuno ha mai protestato? Non mi risulta. Il problema riguarda il condizionamento che, nell’attuale bozza di statuto, potrebbe in teoria riguardare tutta la vita dell’Università, dall’elezione del Rettore alle chiamate dei docenti. Ora è necessario, con tutta la determinazione e disponibilità possibili, riprendere a lavorare su un progetto alto e di respiro su cui, peraltro, tutti a parole sembrano d’accordo. Si elabori quindi uno statuto che contempli e rafforzi queste esigenze, indipendentemente dalle persone che pro tempore governano le Istituzioni. Riteniamo che una nuova carta che abbia questo respiro ci possa consentire di raccogliere al meglio le nuove sfide: nella ricerca, nella formazione e nei rapporti con il territorio!

 Michele Andreaus
 Professore ordinario di Economia Aziendale

Nel giorno della Memoria lascio parlare la poesia “Se questo è un uomo” che si trova all’inizio dell’omonimo libro di Primo Levi:

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi – Se questo è un uomo, poesia


Segnalo il ciclo di serate che come comitato La Bussola abbiamo organizzato ad Ala.

Il titolo delle tre serate è “Politicando: affrontare i problemi con la politica“. Questa serie di tre incontri è organizzata da noi del comitato “la Bussola”, nell’ambito del “Piano Giovani dei Quattro Vicariati – anno 2011″.

La prima serata, intitolata “Politica: Essenza e Futuro” si svolgerà venerdì 18 novembre alle ore 20.30 ad Ala nella sala comunale R. Zendri (via Mario Soini).
Grazie agli interventi e le esperienze politiche di Flavio Mengoni e di Mattia Civico cercheremo di fare un confronto tra l’impegno politico durante la cosiddetta Prima Repubblica e cosa significhi impegno politico oggi. Alla fine del confronto delle due esperienze cercheremo assieme di ragionare su che strade si possano intraprendere per riavvicinare la politica (quella vera!) ai cittadini.

Ulteriori informazioni si possono trovare sul volantino della serata e sul nostro sito: www.comitatolabussola.it

Politicando_serata 18/11/2011

Riporto articolo di Matthias Pfaender  pubblicato sul giornale l’Adige di lunedì 24 ottobre. Sicuramente sono illustrati dati molto interessanti.

Comuni trentini,la politica è giovane
I numeri dell’Anci promuovono la provincia: il 26% degli eletti è under 35

La politica roba da vecchi? Dipende. Se nei palazzi romani il potere resta obiettivamente ben saldo in mano a una classe dirigente di mezza età (solo l’8% dei deputati ha meno di 40 anni, e al Senato per essere considerati «giovani» basta non aver superato la soglia del mezzo secolo), nella Provincia di Trento l’impegno politico attrae sempre più i giovani. I giovani «veri», però, quelli con meno di 35 anni. È quanto emerge dalla ricerca «I giovani amministratori italiani» di Cittalia, il centro studi dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani). Un dato su tutti: in regione la percentuale degli under 35 impegnati nell’amministrazione del loro Comune è il quadruplo che nel resto del Paese. A fronte di un popolazione di poco inferiore alle 530mila persone (lo 0,88% della popolazione nazionale) il Trentino può vantare infatti il 3,4% di tutti i giovani amministratori italiani, termine col quale Cittalia identifica «sindaci e vicesindaci, assessori e consiglieri che hanno un’età compresa tra i 18 e i 35 anni». Forte dei suoi 876 giovani amministratori (il 26% degli amministratori comunali totali) il Trentino, oltre a porsi in vetta alla classifica nazionale, dà diverse lunghezze al vicino Alto Adige, nei cui Comuni gli under 35 eletti si fermano a 366. Guardando poi al ruolo assegnato ai giovani amministratori si scopre che il 74,9% degli eletti ricopre la carica di consigliere, il 20,5% quella di assessore, il 3% quella di vice-sindaco e l’1,7% quella di sindaco. Inoltre la gioventù sembra avere più possibilità di farsi sentire nelle realtà più piccole: il 97% dei giovani amministratori della regione infatti è stato eletto in comuni fino a 10mila abitanti. Non solo gioventù: la politica locale trentina si dimostra poi virtuosa rispetto al resto del Paese, pur segnando una differenza meno marcata che sul fronte anagrafico, anche in sul versante delle cosiddette «quote rosa». Le giovani donne impegnate nella vita politica comunale in Trentino sono quasi un terzo dei giovani amministratori regionali (29%), un dato poco al di sopra della media nazionale che si attesta al 27%, così come il rapporto delle giovani amministratrici rispetto al totale delle amministratrici, che si attesta al 30,8% contro il 30,4% di media nazionale. Sempre lo studio evidenzia poi come i giovani amministratori siano in media maggiormente istruiti rispetto ai colleghi «senior». Il 30,7% ha una laurea, il 48,8% una licenza di scuola media superiore e solo il 20,4% ha solo la licenza di scuola media inferiore. Dunque l’80% dei giovani amministratori ha un’istruzione superiore (laurea, scuola superiore o diploma post scuola superiore) a fronte di un valore di poco superiore al 65% per gli amministratori totali over 35. Come dire, compensare con la teoria l’iniziale mancanza di esperienza. «Dallo studio emerge che i giovani – commenta Carmelo Lentino, consigliere delegato alla Cultura, Turismo e Territorio di Cittalia – nonostante le difficoltà legate al mercato del lavoro e alla ricerca di una piena autonomia rispetto al nucleo familiare d’origine, partecipano attivamente alla vita della comunità locale, ora impegnandosi direttamente a livello comunale, ora portando avanti esperienze nel mondo del volontariato e dei comitati cittadini. I giovani, però, sono consapevoli del fatto che solo attraverso l’impegno politico nei partiti del comune di riferimento è possibile cambiare lo status quo. Questo perché il comune rappresenta ancora il motore dello sviluppo del territorio secondo il 90% dei giovani ma anche l’istituzione più prossima al cittadino e in grado di rispondere in modo più efficace alle loro necessità».

l'Adige 24 ottobre 2011

Ecco qua l’opinione di Piergiorgio Cattani, autore nei giorni scorsi dell’articolo pubblicato sul Trentino “Trentenni trentini dove siete?“, dopo vari interventi in risposta. Qui è possibile leggere il mio intervento: link.

Siete eterni studenti, datevi una scossa.

In questi giorni si sta svolgendo a Parigi il settimo Forum dei giovani organizzato dall’Unesco. Sapete in quale fascia di età le Nazioni Unite collocano le persone giovani? Tra 15 e 24 anni. Successivamente, fino ai 30, ci sono i “giovani adulti”. Questi numeri non valgono alle nostre latitudini. Però segnalano una abissale differenza di percezione del futuro tra la vecchia e invecchiata Europa e il resto del mondo, tumultuosamente giovane, pieno di contraddizioni ma anche di aspirazioni. Questo mondo assedia le nostre città che, rinserrate dentro le mura, cercano di difendersi: ma le torri non tengono, le porte stanno cedendo, le brecce si moltiplicano. La globalizzazione è qui.
Con grande spirito intuitivo, dalle colonne di questo giornale, Giuseppe Raspadori ha definito i giovani italiani come appartenenti a un nuovo “terzo mondo” caratterizzato da una precaria aspettativa di vita. Il tempo del benessere è alle nostre spalle. Lavoro, affetti, immaginario collettivo: tutto è all’insegna della precarietà. Chi ha intorno a 30 anni percepisce ancora il disagio della situazione, si indigna, cerca e pretende qualcosa di diverso: ma più si è giovani più tale condizione viene data per scontata. Permane però un grande disagio di fondo causato dall’inconscia consapevolezza di non avere nessun controllo sulla propria vita, di essere sballottati qua e là dalla tempesta. Meglio allora godersi gli attimi di spensieratezza. Fare le cose per inerzia o per divertimento, quasi mai secondo un piano prestabilito che corrisponda, almeno logicamente, ai propri ideali e alle proprie ispirazioni.
Non sto facendo qui un discorso di valore, perché ognuno è libero di agire secondo la sua personale visione del mondo. Se l’obiettivo fossero i soldi, il potere e il successo ci si aspetterebbe un comportamento coerente, così come se la meta fosse farsi una famiglia. Se si vuole viaggiare si impareranno le lingue. E invece no: tutto sembra effimero, governato dal caso, dalla Fortuna (divinità ancestrale sopravissuta al cristianesimo lungo i secoli). Si può darli torto? Almeno in Italia no. Facciamo alcuni esempi.
Guardiamo al mondo del lavoro: sembrano spariti i canali formali per fare incontrare la domanda e l’offerta; ormai prevale l’informalità, cioè l’amicizia, la raccomandazione, la scaltrezza, l’appartenenza a un determinato ceto sociale. La rigidità nell’accesso al lavoro alimenta le disuguaglianze sociali in rapida accentuazione. Per modificare questa spirale sarebbero necessarie coraggiose riforme anche a livello legislativo. Studiare sembra non servire a nulla. Tranne forse ingegneria e le facoltà medico-sanitarie, l’università italiana genera disoccupati, cervelli in fuga, eterni studenti. Quest’ultima è una condizione sempre più diffusa. Una volta laureati non si trova un lavoro stabile e allora si opta per la seconda laurea, per il dottorato, per il master. Per mantenersi si fanno miserevoli lavoretti precari oppure si utilizzano i soldi dei genitori: comunque sia le prospettive di futuro sono nulle. Poi ai cortei sentiamo la litania “ho due lauree, vari soggiorni all’estero, un dottorato; e non trovo lavoro!”. Ma proprio questo invidiabile curriculum di studi, raggiunto per altro ormai sulla soglia dei 40, segnala in maniera inequivocabile il fallimento del sistema. Per competere sullo scenario globale investire sulla ricerca è fondamentale. Se la ricerca produce disoccupazione, qualcosa non torna. Si continua a studiare quasi per disperazione. Perché in fondo, dall’asilo al post-doc, l’ambiente scolastico/universitario è protetto rispetto alla giungla esterna. Perennemente giovani, perennemente studenti, perennemente bamboccioni o precari. Ma il mondo universitario sembra contento di questo, anche a causa delle ultime non riforme: gli atenei, ridotti a S.p.a, cercano iscritti per racimolare risorse. Sfornano laureati, mantengono studenti. Il dopo, non è affar loro. Questo discorso, volutamente estremizzato, porta a un altro aspetto, quello dell’educazione. Che non spinge al merito, alla responsabilità, alla capacità di conoscere limiti e possibilità, ma che, fin dall’infanzia, tende a perdonare tutto, adeguarsi al basso (che è l’opposto di innalzare i deboli), a promettere genialità che poi si traduce in frustrazione.
Un amico cinese mi diceva che in classe alla scuola primaria erano in 50. Da noi bisogna eliminare la prova di matematica dall’esame di terza media perché troppo difficile. Tutto ciò porta a un permissivismo esagerato che ora si cerca in tutti i modi ma vanamente di arginare. Terribile sarebbe arrivare alla conclusione che studiare non serve a nulla. Ovviamente non è così. Perché chi non completa gli studi superiori (e sono tanti anche in Trentino) e magari si trova subito in tasca un buon stipendio, pensa illusoriamente di essere “arrivato” ma vive la stessa precarietà. Soprattutto faticherà a rientrare in quel circuito virtuoso di “formazione permanente” che qui da noi è così capillare. Al di là di tutto ciò che manca è un chiaro progetto di vita individuale che poi diventa un senso condiviso della comunità, una via su cui indirizzare il cammino della società. Trentenni fatevi sentire. E le forze positive ci sono, come hanno dimostrato vari interventi pubblicati dal giornale. Esempi però non ne abbiamo, se non dai giovani “dell’altro mondo”. Occorre inventarsi qualcosa di nuovo. Indignarsi non basta, dare la colpa agli altri non basta. L’unica strada è puntare a grandi ideali, non a “dove andare a divertirmi nel week-end”. Prediche inutili, forse. Vanno cambiate le strutture sociali e il modello economico, certo. Ma se non si comincia da se stessi, tutto rimarrà come prima.

Piergiorgio Cattani

In questo breve post voglio parlare di una delle poche buone cose proposte, in quest’inizio di stagione televisiva dalla Rai: il programma “sostiene Bollani”. Sito programma.

Il programma in onda la domenica su rai3 ad un orario indecente (ore 23.40…) è uno dei pochi spazi televisivi dove non si parla di musica in stile reality (X-factor, amici, …) ma dove si fa musica ed è la musica a condurre. Il programma, rigorosamente in diretta, condotto dal pianista Stefano Bollani e dalla geniale Caterina Guzzanti (che si presta al ruolo di simpatica “scolara”) propone argomenti musicali con l’aiuto di ospiti d’eccezione: Elio, Vinicio Capossela, Concato, Rava, Fresu, Daniele Silvestri, Petra Magoni e Ferruccio Spininetti, Irene Grandi e molti altri.

Il programma è piacevole e ben assortito tra momenti musicali e sketch divertenti, peccato per l’orario.Grazie al sito rai.tv è però possibile rivedere le puntate intere o i video delle esibizioni.

L’ultima puntata del programma sarà domenica prossima 23 ottobre ma il direttore di rai3, Antonio di Bella ha già strappato a Bollani la promessa di una seconda serie di puntate.

Qui sotto metto un paio di filmati tratti da due puntate.

Bollani e Guzzanti con Elio nella 4^ puntata.

Bollani con Vinicio Capossela nella 3^ puntata.

Lettera inviata a nome del comitato “La Bussola” al giornale “Trentino” in seguito al dibattito sul tema  “Trentenni trentini dove siete finiti?” e pubblicata venerdì 14 ottobre. In questa pagina è possibile leggere i precedenti articoli sul medesimo tema.

Trentenni e ventenni: noi proviamo ad esserci.

Cogliamo al volo l’opportunità dataci dal dibattito iniziato dopo l’articolo/provocazione “Trentenni trentini dove siete finiti?” di Piorgiorgio Cattaniapparso sul vostro quotidiano per esprimere alcune nostre opinioni.

Vogliamo portare il nostro contributo alla discussione come membri del comitato “La Bussola”, un comitato di giovani provenienti prevalentemente dal comune di Ala, nato alla fine del 2008 che ha proposto in primis una legge d’iniziativa popolare per modificare l’attuale legge elettorale provinciale (porta girevole), proseguendo poi con ulteriori iniziative di carattere politico sul nostro territorio. Ulteriori informazioni si possono trovare sul nostro sito www.comitatolabussola.it.

A far parte del comitato, formatosi grazie a comuni esperienze di volontariato e ad una rete di semplici conoscenze, siamo circa una ventina di ragazzi e ragazze tra i 20 e i 35 anni che sentono che per provare a cambiare le cose è necessario un impegno costante.

Attraverso il nostro impegno diretto, motivato da una mancanza di spazi nei quali potessimo esprimerci a pieno e volto a “imparare rendendoci utili”, stiamo riuscendo a concretizzare le nostre idee e le nostre proposte per il territorio in cui viviamo. Anche grazie alla credibilità che abbiamo ottenuto come gruppo di “giovani impegnati”, nella primavera del 2010 quattro membri del comitato (tre trentenni ed un ventenne) sono stati eletti nel Consiglio comunale di Ala tra le file della lista civica “La Bussola di Ala”. Due di loro ricoprono la carica di assessore.

Impegnarsi in prima persona, “metterci la faccia”, non è mai facile e non è facile tantomeno a venti o trent’anni, numerose sono le critiche ricevute, vuoi per la nostra inesperienza o vuoi per le idee di rinnovamento che proponiamo. Importanti sono stati il sostegno e l’aiuto ricevuti da chi, con più esperienza di noi, ha deciso di credere in noi supportandoci nel nostro percorso. Un percorso che non può avere la presunzione di essere un modello o un punto di arrivo perché, come tutte le “avventure politiche” o di impegno sociale necessita di una continua apertura alle esperienze esterne in modo da poter continuare a crescere.

Come scrive Cattani, crediamo che la strada da intraprendere non sia quella di costituire una “lobby” che curi gli interessi dei trentenni o più in generale dei giovani, ma riuscire a farci accompagnare da chi ha i “capelli bianchi” e più esperienza, in un percorso di rinnovamento di idee, prima di tutto, e di proposte per la nostra terra. Condividiamo un passaggio di Francesco Volani pubblicato domenica scorsa, il quale si dice “preoccupato di vedere giovani che più che essere accompagnati da chi ha più esperienza sono relegati al ruolo di accompagnatori”, di badanti potremmo azzardare, senza poter veramente contare e provare a dare il proprio contributo.

In questi pochi anni di attività abbiamo conosciuto altri giovani trentini impegnati in politica e nella società civile, arrivati, chi con percorsi analoghi al nostro e chi in modo diverso, quello che manca però è un “contenitore” che riesca a far incontrare i giovani trentini impegnati e a farli discutere. Oggi il rischio di esperienze di gruppi come il nostro o di giovani impegnati è quello di sentirsi abbandonati a se stessi senza un collegamento con “quello che c’era prima”, perdendo di vista i problemi più generali.

Non crediamo che la nostra generazione sia fatta per la maggior parte di inetti e pigri, come scrive sul “Trentino” Anna Larentis, ma siamo d’accordo quando si dice che dobbiamo imparare, come ventenni e trentenni, ad assumerci le nostre responsabilità e a rischiare iniziando a prenderci i nostri spazi.

I ventenni ed i trentenni trentini che si impegnano e provano a dare il proprio contributo ci sono anzi, ci siamo! Probabilmente non siamo in grado di farci ascoltare o ad essere credibili nelle nostre proposte per affrontare i problemi del vivere quotidiano. Sta sicuramente a noi alzare la nostra voce portando le nostre idee, ma sta anche a chi oggi amministra ascoltarci e aprirsi ad un dibattito.

Corrado Pinter a nome del comitato “La Bussola”

giornale "Trentino" venerdì 14 ottobre 2011 - pagine 1 e 48